C’ERA UNA VOLTA … (2) IL CUORE DEL TAPPETO

Vi racconto tre storie d’amore per l’Ars Ricicla come l’intendo io (vedi articolo Ars Ricicla). Una storia di refashion, un recupero nello spirito del riciclo e una storia di riuso creativo fra “reuse” e “repurpose” (vedi capitolo “Che cosa si intende per riciclo” dell’articolo Ars Ricicla). Tre storie, tre articoli:

Questa è la SECONDA.

C’ERA UNA VOLTA … 

… nel 2006, un tappeto messicano. Eravamo nello Yucatan, in un villaggio sperduto nella giungla e vagavamo fra le case dei locali che avevano fatto sotto le tettoie davanti alle loro abitazioni delle postazioni di vendita di prodotti artigianali di varia natura e qualità. Su un traliccio di legno che fungeva da séparé dalla strada principale, sterrata, era stato appeso lui, un tappeto lungo e stretto stretto, dagli stessi colori caldi e intensi del terriccio per strada. Lo comprammo dopo che ci fu assicurato che era di lana vera.

5 anni più tardi, nel 2011, dopo essere stato appeso su varie pareti in casa, il tappeto era stato aggredito dalle tarme che senza dare nell’occhio avevano fatto il loro banchetto facendoci pensare che dopotutto doveva essersi trattato davvero di lana, anche se, si sa, oggigiorno anche le tarme sono giunte a compromessi.

Urgeva quindi un intervento. Non c’era molto altro da fare: decisi di salvare la parte salvabile del tappeto e dal resto di recuperare almeno la lana, vera.

Disfacendo il tappeto mi resi conto sotto le dita che era proprio tutta lana vera e che erano stati mirabilmente tessuti a tappeto vendibile filati di vario spessore e lunghezza, anche cortissimi, per non buttare via proprio nulla. I cascami li buttai, le formelle di lana e i gomitoli li misi invece in un contenitore per armadi con tanta bella naftalina. 

Lì sono rimasti fino ai primi mesi del 2023quando un giorno, rovistando nell’armadio e cercando qualcosa, apro anche quel contenitore e mi “cade l’occhio” sui gomitoli che mi parlano: siamo qui da troppo tempo, dobbiamo uscire e fare qualcosa. Va bene vi faccio uscire, ma ditemi cosa volte diventare.

Ho sentito una tale un’urgenza di diventare qualcosa che non ho aspettato una comunicazione precisa decisione come nel caso della Vesta d’Officio – vedi “C’era una volta … (1) –  ma semplicmente un giorno ho preso in mano il set di ferri da uncinetto  e mi sono messa a lavorare una spirale a tre centri. (nota per i “riciclai“ – appassionati di riciclo: la custodia dei ferri da uncinetto è stata ricavata dall’abito di una vecchia bambola di mia figlia e da un vecchissimo pizzo sintetico ereditato da mia madre).

Insomma questa volta si è trattato di una chiamata iniziale del tipo 3 “mi cade l’occhio” (vedi capitolo “Quando e come accade” dell’articolo “Ars Ricicla”) che è sfociata nella chiamata di tipo 4 “improvvisazione”.

A parte la spirale a tre centri che mi è partita vedendo un reel di Facebook, per il resto non sapevo né come né cosa sarebbe diventato. Devo anche dire che di solito si seguono delle istruzioni per gli aumenti dei punti in progressione. Ecco, io non ho seguito un bel nulla, ho fatto letteralmente a sensazione, sentendo il lavoro sotto le mani. Anche i colori delle lane li mettevo un po’ a sentimento.

In una fase iniziale del progetto ho pensato che avrei applicato la spirale su una canotta o una T-shirt. Ma ho abbandonato molto presto l’idea.

Ad un certo punto mi sono stufata di lavorare solo a “punto alto”, e ho iniziato fare dei buchi, tralasciando un punto qua e là, finché non sono arrivata e fare un vero e proprio “filet”. Alla fine, mi sono venuti degli archi a catenella, come se volessi fare dissolvere la compattezza della trama verso l’esterno.

Ok, e adesso che faccio? Ero arrivata oltre le dimensioni di un centrino da tavola e comunque la lana spessa non lo rendeva idoneo allo scopo. Senza sapere minimamente dove sarei finita, ho provato a tendere il manufatto appuntandolo al tappeto con gli spilli.

Era carino, ma mancava qualcosa, forse un’altra fila di catenelle e raggi verso l’esterno. Fatto quello, ho iniziato a pensare che meritasse un abbellimento interno. Avevo precedentemente sperimentato la tecnica del chiacchierino con dei vecchi cotoni avanzati da tempo immemore e decisi di intessere degli inserti proprio a chiacchierino sulla base lavorata a uncinetto. Prima ho fatto delle prove su uno straccio.

Poi ho provato a vedere l’effetto in appoggio sul centrino e poi ho iniziato a creare i fiorellini a chiacchierino tutt’intorno, seguendo la spirale, da piccoli a sempre più grandi fino a finire con degli  archi a ogiva nella prima fila esterna di catenelle. Come tocco finale ho applicato delle perline madreperla nelle ogive e delle perline di vetro dorate un po’ dappertutto per dare un po’ di luce alla superficie.

Oramai era chiaro che il nuovo manufatto non sarebbe diventato qualcosa da tenere appoggiato orizzontalmente su un piano o per terra. Era un fatto per essere appeso, teso su una qualche cornice. Quale cornice?

La ricerca della cornice fu lunga e tormentata. Nei mesi che seguirono feci varie tappe dal corniciaio sotto casa che mi assistette simpaticamente e gentilmente dandomi consigli su come tendere il manufatto tondo su una cornice quadrata (di legno, nature o laccato, colorata tinta unita o con vari effetti ecc.) usando dei fili,  dei chiodini, delle borchie. Tutto molto bello, ma non mi convinceva.

Lasciai passare ancora del tempo e un giorno mi balenò l’idea: la cornice me la faccio io! E come? Con dei pezzi di legno vecchio, ovvio!. Vedrai che ne troverò, magari a casa di mia madre. E invece furono i legni che trovarono me durante una passeggiata nel verde cittadino. Era il tempo delle potature di primavera e gli operai avevano ammucchiato in un angolo sterpaglie, rami e fogliame in attesa di portarlo via il giorno dopo. Passo io e – tac – i rami mi chiamano! Ne prendo un po’, di quelli che mi parevano più ideonei, perché curvi, e me li porto a casa. Seduta sul poggiolo al sole inizio a comporre una cornice che nel mio immaginario doveva essere tondeggiante per potere alloggiare la ruota-spirale fatta a uncinetto.

Scegli, metti, volta, sega  e poi viene il momento di legare insieme i rami. E come si fa? Proviamo… Prima fissiamo all’incirca con degli elastici e poi gira, rigira, prova e riprova e esce una forma vagamente a cuore…. Ma certo, una cornice a forma di cuore! E’ la soluzione perfetta!

Eh, sì, ma i rami come faranno a stare legati insieme? Eh legati, appunto. Una volta si faceva tutto con le corde per cui …

Di certo avevo bene in mente come volevo che stessero insieme ma se non l’hai mai fatto in vita tua, puoi solo armarti di pazienza  e fare, fare e disfare, fare e rifare, finché… eureka! La cornice per la ruota-spirale era pronta!

Sì, però c’era un problemino: i rami erano freschi, appena tagliati, e, a mano a mano che si asciugavano, si restringevano allentando il bel lavoro di tiraggio della corda che avevo fatto con non poca fatica. Ho dovuto aspettare alcuni mesi che i rami si asciugassero del tutto e poi riprendere in mano le corde e rifare tutte le legature. Sacra pazienza.

Alla fine, arrivò il momento di tendere il centrino sulla cornice. Con che cosa: con del filo, con della corda, della lana e di che colore? Di nuovo alla ricerca. L’idea del sole che emana dei raggi gialli dalle punte a catenella mi portò a ricordare che avevo del vecchio nastro da regalo giallo di 3 cm di altezza degli anni ‘70-80 che un’amica, sapendo della mia inclinazione, mi aveva regalato piuttosto che buttarlo via. Era perfetto: 44 raggi grandi passati in doppio col nastro giallo. Poi c’erano altri 44 raggi piccoli che dovevano solo tenere la struttura e che fissai con lo stesso filo di cotone écru usato per le applicazioni al chiacchierino. In tutto 88 raggi, 44 legati a coppie sul retro e 44 collegati a zig-zag da un unico filo, tensione equidistante dal centro da applicare a settori opposti: auguri Marinka…

Nonostante l’improvvisazione e il procedere apparentemente “a caso” che è invece  abbandono al flusso e, anche se la cornice non è perfettamente piatta in appoggio al muro (non avrebbe mai potuto esserlo visti i rami disponibili e le condizioni di asciugatura), il cuore è venuto come volevo. Misure finali: 95 x 85 cm. L’ho fatto anche vedere in foto al corniciaio che si è espresso con molto apprezzamento, anche se non l’ho onorato come cliente.

Se guardiamo al Triangolo del Riciclo (vedi articolo Ars Ricicla,  capitolo “Gli elementi del riciclo”) considerando anche per questo progetto il prodotto di partenza, vale a dire il tappeto di lana “vera”, vediamo che:

l’aspetto è stato completamente stravolto, non c’è nulla che assomigli al tappeto di partenza. La funzione sì, è stata mantenuta abbstanza invariata, perché il tappeto, pur essendo nato come corsia da appoggio,  era stato in realtà usato soltanto come ornamento murale. Il matriale invece, la lana “vera”,  ha subito una certa lavorazione meccanica rispetto al tappeto di patenza pur essendo rimasta tale, filato di lana appunto, usato come tale. Anche in questo progetto il valore percepito del manufatto finale è superiore a quello del manufatto di partenza.

Ora il Cuore del Tappeto irradia se stesso, bello teso, appeso al muro con fili trasparenti (95×85 cm). Un cuore pulsante che unisce il calore della paziente tessitura e del villaggio messicano che ce l’hanno veicolato alla cura e all’amore che ci ho messo per farlo rivivere. Una bellezza, ogni volta che mi ci siedo davanti. E la lana ringrazia, davvero.

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